*
MI piace, il panettone. Ieri, mia zia me ne ha portato uno. Un panettone da cinquecento grammi. Credo le sia avanzato dalle feste.
Lei lo sa che mi piace, il panettone.
Ieri sera, a cena, ho mangiato la minestra. Due bei piatti.
E dopo, un panettone.
Intero.
*
Io volevo fare l'astronauta. Il mio vicino di banco voleva fare l'elettricista. Lui ce l'ha fatta.
*
Immaginavo un mondo in cui non esistano i libri. Un mondo in cui la pergamena non è mai stata tagliata a pezzetti e rilegata, un mondo in cui non esistano le pagine. Un mondo che, quando è arrivata la carta, si è comportato nello stesso modo di prima, un mondo in cui si legge sui rotoli. Un mondo in cui la lettura è un atto che si esercita tenendo in mano il rotolo, e arrotolando la parte superiore, e srotolando la parte inferiore, facendo così scorrere il testo verso l’alto man mano che lo si legge. È un mondo in cui esistono specifici supporti su cui si appoggiano la parte superiore e inferiore dei rotoli, e con una manopola, o con una manovella, si arrotola il rotolo mentre si legge. Magari, nel tempo, il processo di arrotolamento può essere elettrificato, basta premere un pulsante, e la fatica fisica del leggere si allevia, ci sarà chi si lamenta dicendo che non è più la stessa cosa, ma leggere è diventato molto più facile, con l’elettrificazione.
Il libro, in quel mondo lì, assomiglia al cosiddetto gobbo televisivo, dove le frasi che deve pronunciare il bravo conduttore sono scritte su un foglio unico, che viene progressivamente arrotolato in alto e srotolato in basso, producendo l’effetto che fa il leggere i titoli di coda di un film, che scorrono su uno schermo, anche se il lettore, sui titoli di coda di un film, non ha nessun controllo , e invece, in questo mondo qui, basta variare la pressione sul pulsante per variare la velocità a cui le parole si presentano alla lettura. Pensandoci, si può vedere che anche il cosiddetto gobbo televisivo ha subito dei progressi mica da poco: a un certo punto ci si è accorti che era molto più comodo fare scorrere nello stesso modo le parole su uno schermo che non scriverle ogni volta su carta.
E in quel mondo lì, oggi, il rotolo che era su carta ha subito gli stessi progressi: in quel mondo lì il pulsante, che prima faceva girare un motorino che arrotolava la parte superiore del rotolo, ora comanda uno schermo, dove le parole man mano che vengon lette scorrono dal basso verso l’alto. Qualcuno, anche qui, si è lamentato, ma ci si è accorti che l’innovazione era buona, perché tutto quell’arrotolare e srotolare era macchinoso, perché riarrotolare il rotolo dopo che lo si era letto era macchinoso, perché adesso si può cercare nel testo, adesso si può entrare nel testo in un punto qualsiasi, e si capisce, è tutta un’altra vita.
Dove volevo arrivare, con questa immagine, forse si capisce, o forse no, forse si voleva dire che il libro così come lo conosciamo è stato una parentesi tra rotoli, ma a questo punto, mentre cercavo di mettere per iscritto questa cosa che mi è venuta in mente, m’è venuto da pensare che in inglese il rotolo si dice scroll, che è il verbo che usiamo quando facciamo scorrere le schermate sul computer.
Comunque la settimana scorsa per la prima volta sono passato dalla matita a un bellissimo portamine in alluminio, è una bella innovazione anche quella.
*
L’altra sera, dentro un commento, mi han chiesto di scrivere qualcosa sul ritmo, quindi io stamattina mi son detto scriviamo qualcosa sul ritmo, ho attaccato il computer, ho aperto il programma per scrivere, e non appena ho aperto il programma per scrivere è entrato uno che mi voleva parlar di delle cose, mi parlava di andare in bicicletta, di cambiare le coperture, di cento chilometri all’ora, di multe della gendarmeria, che una volta han fatto la multa a uno che pisciava su un tiglio, che bisogna fargli vedere il passaporto, non la carta d’identità, ma il passaporto, che così, se invece di fargli vedere la carta d’identità gli fai vedere il passaporto, i gendarmi lo capiscono che tu saresti anche capace di rivolgerti all’ambasciata, al consolato, che tu ne avresti diritto, e loro lo capiscono, si prendon paura, i gendarmi; bisogna essere all’occhio, diceva, quando si va all’estero, e con tutte queste parole m’ha spezzato il ritmo, il ritmo che mi serviva per scrivere un pezzo sul ritmo, e chissà se lo ritrovo, il ritmo, mi son detto, e nella mia testa facevo un tut- tak, tut-tu-tak, anche mentre lui parlava, mentre lui parlava di bicicletta e di svizzera e del tiglio di lugano su cui avevano pisciato e s’eran presi una multa di settecentocinquanta euro io nella mia testa facevo un tut-tak, tut-tu-tak, battevo sulla cassa e sul rullante, un ritmo non difficile, un quattro quarti semplice, ché anche i ritmi semplici riescono a portarti lontano, se li segui, anche senza controtempi, basta battere il piedino, a volte, e il ritmo lo trovi, anche mentre scrivi, solo che a volte ti entra uno, ti racconta delle cose, delle biciclette, delle coperture che costano anche delle centinaia di euro, che poi bisogna anche cambiare la camera e la guarnizione, non è semplice con le coperture, te non ci pensi, ti entra uno e ti dice te non ci pensi, ma la bicicletta, a mantenerla, costa anche più cara del ciclomotore, ti dice, e tu nella testa te lo mantieni, il tuo ritmo, e adatti quel che senti al ritmo che hai nella testa, adatti anche un po’ il tuo ritmo al suo parlare, e lui inconsapevolmente, un uomo di un sessanta e qualche anno, si ritrova a fare dell’hip-hop, si ritrova a essere una sorta di rapper, free- style, e tu nella tua testa sei il suo human beatbox, e lui accelera, rallenta, e tu diventi anche un po’ jazz, e la voce del tipo perde ogni significato, diventa una sorta di scat che imita un basso continuo con le sue note e le sue pause, e tu sei immerso in questa musica che non sai com’è che è nata, tu eri lì che pensavi a scrivere una cosa sul ritmo e tenevi un ritmo nella tua testa, sei diventato una batteria, ti entra un tizio che fa il basso e diventa una jam session memorabile, e chi se lo immaginerebbe, a sentire quella musica, che da fuori son due che parlan di cose di poco conto, le biciclette, la svizzera, l’amaretto di saronno.
*
Oggi sono andato da dei francesi, e gli ho detto che eran dei francesi, e loro se la sono presa.
Son andato da dei francesi, gli ho detto Siete proprio dei francesi, e loro se la sono presa.
A me sembrava una cosa così normale da dirgli, e se la sono presa.
Vanno in giro per il mondo che sembran così tranquilli, e non sanno neanche chi sono.
*
A volte leggo dei libri, li comincio, e poco dopo che li ho iniziati, qualche pagina dopo, succede qualcosa. Poi guardo dei film, non hai il tempo di acclimatarti al fatto che stai guardando un film, ed ecco che succede qualcosa. Hanno una fortuna questi qua che fanno quei libri e quei film, io non lo so, non me ne capacito, o son lì a scrivere magari da trent’anni, magari trent’anni di vita barbosa in cui al protagonista non succede niente e poi tac, succede qualcosa, e allora a posteriori isolano quel frammento da raccontare, oppure c’è una troupe cinematografica che son anni che riprende il protagonista e poi taglian via tutte le parti barbose, altrimenti io non riesco a capire, non riesco a capire com’è, che come per coincidenza, apri dei libri, cominci dei film, e tac, subito gli succede qualcosa. Secondo me c’è qualcosa di marcio.
*
Sono in una città che non conosco. Una città dove tutti guidano come dei matti. Una città in cui piove da quando sono arrivato. Dove due signore di circa centosettantanni in due attraversano indisturbate con il rosso senza guardare. Dove gli edicolanti mi trattano come se mi conoscessero da sempre, anche se sarò andato lì un massimo di cinque volte in tutta la mia vita, a distanza di mesi da una volta all'altra.
Stamattina c'è il sole. Ci sono le nuvole. Ci sono le nuvole squarciate da raggi di sole. Sembra un dipinto di Constable. Quanto lo odio, Constable. Eppure stamattina ci sta bene.
Per strada è ancora tutto bagnato. Salgo le scale a piedi, dicono che serva per fare esercizio fisico. A me serve perché così, quando entro in casa, le scarpe sono asciutte.
Buon 2010.
*
(
grazie a tutti quelli che hanno scaricato l'ebook Volevo essere un neo-distruzionista ma la mamma non mi avrebbe lasciato, spero vi sia piaciuto. Rimarrà ancora in download gratuito per un po', poi lo tolgo, mi sa.)
Mentre stavamo atterrando all'aeroporto di Firenze, c'erano nuvole e nebbia, si vedeva dai finestrini che c'erano nuvole e nebbia, mentre stavamo atterrando abbiamo sentito un colpo di motore, e l'aereo, l'inclinazione dell'aereo, improvvisamente aveva preso a puntare verso l'alto, e io ho pensato che non ce la faceva mica ad atterrare, che ci aveva provato, ma non ce la faceva, e Lei, che dormiva, sul sedile al di là del corridoio, si era svegliata, le avevo detto di star tranquilla e Lei aveva richiuso gli occhi.
L'aereo era mezzo pieno, o mezzo vuoto, e la signorina del Check-in, una signorina molto lenta, ma molto molto lenta, ci aveva chiesto se volevamo il posto vicino al finestrino, noi gli avevam detto che era uguale, ci bastava star vicini, poi siam arrivati sull'aereo, ci siam accorti che sull'aereo, che era mezzo vuoto, ci aveva dato due posti ai due lati del corridoio.
L'altoparlante diceva che era il pilota che parlava, e diceva che c'erano nuvole bassissime proprio sulla pista di atterraggio e che non si vedeva niente, che si aspettava un attimo e si riprovava, e il signore di fianco a me, Pannella, l'ho chiamato Pannella perché somigliava a Pannella, il signore di fianco a me, Pannella, diceva Gli strumenti diobono, non ce li ha gli strumenti, a cosa servono gli strumenti se poi devi vedere, e la signora davanti a me, la signora che avevo chiamato La signora con una grande distanza tra il naso e la bocca, l'avevo chiamata così perché tra il suo naso e la sua bocca c'era una grande distanza, La signora con una grande distanza tra il naso e la bocca diceva che ormai era troppo tardi per dirottarci su Pisa e che ci avrebbero dirottato su Genova, e Pannella diceva che invece ci avrebbero dirottato su Bologna, e io non dicevo niente, io speravo che non ci dirottassero da nessuna parte.
Prima, all'aeroporto, in coda per il Check-in, una signora bionda con la pelliccia aveva cercato di passarci davanti. Si portava dietro suo marito come se fosse una valigia, un trolley. Tutte le volte che la coda avanzava, lei si portava un po' verso destra, e un po' più avanti di noi. Avevo cercato di non guardarla, facevo finta di niente, anche perché avevo cominciato a parlare coi signori che c'erano davanti. Magari aveva pensato che fossimo un gruppo unico, e aveva desistito, avevo pensato. Invece no, ho visto poi che ci aveva superato da sinistra. Tutto il gruppo. Lei, la sua pelliccia, e suo marito.
Dopo un po' si vedeva e si sentiva che ci stavamo di nuovo avvicinando a terra, e si vedevano le luci sempre più vicine, e Pannella aveva detto che era Cesena, di sicuro era Cesena, che ci avevano dirottato a Cesena, e io invece siccome il pilota non aveva detto niente, siccome il pilota non aveva neanche fatto un rapido sondaggio per vedere se preferivamo, noi passeggeri, Bologna, Cesena o Genova o Pisa, io pensavo che stessimo riprovando ad atterrare a Firenze. Non Pisa, perché ormai era troppo tardi, aveva detto la signora con una grande distanza tra il naso e la bocca.
L'aereo aveva poi toccato terra, e la voce dall'altoparlante aveva detto Benvenuti a Firenze, ci scusiamo per il disagio, Lei si era svegliata, non aveva sentito niente, sentiva solo Pannella che diceva Non hanno neanche il coraggio di dirci dove siamo, E ditecelo che siamo a Cesena, è ovvio che siamo a Cesena, e vedeva la signora con una grande distanza tra il naso e la bocca - una di quelle signore a cui cederesti volentieri il posto sull'autobus ma capiresti che sarebbe una di quelle signore che se tu ti alzassi per farle posto ti risponderebbe Ma come si permette - e vedeva la signora con una grande distanza tra il naso e la bocca che tirava giù le sue borse e valigie, e la pelliccia, mentre l'aereo stava ancora procedendo ad altissima velocità lungo la pista, e noialtri, tutti, eravamo ancora tutti lì schiacciati contro i sedili.
Ah, la bionda con la pelliccia, avevo pensato. Non l'avevo mica riconosciuta.
E quando l'aereo aveva toccato terra, molti avevano applaudito, forse non erano i soliti italiani che applaudono quando l'aereo atterra, forse erano italiani che avevano tirato un lungo sospiro di sollievo quando l'aereo aveva toccato terra, e avevano sentito la voce che diceva Benvenuti a Firenze, e Pannella diceva Ma cosa cazzo c'hanno da applaudire, gli strumenti, non sanno neanche usare gli strumenti questi qua.
E la signora, ancora prima che l'aereo si fermasse, aveva preso suo marito e si era diretta verso l'uscita, noi eravamo ancora tutti seduti, tutti gli altri, anche Pannella, che continuava a dire che eran poco seri, a farci credere che era Firenze, quando si vedeva benissimo che non era Firenze, a guardar fuori dal finestrino.
E la signora con una grande distanza tra il naso e la bocca, con la pelliccia e suo marito al seguito, sono scesi per primi, e noi invece ce la siam presa comoda, abbiam lasciato uscire tutti, siamo usciti anche dopo Pannella, e io avevo tanta voglia di raccontare a Lei quel che era successo mentre Lei dormiva, ma Lei aveva già capito, mi faceva segno che glielo avrei raccontato dopo, mentre ci alzavamo e seguivamo Pannella che parlava con il comandante e con le hostess cercando di convincerli che non eravamo affatto a Firenze, ma a Cesena, e loro non volevano crederci.
Siamo scesi, sulla navetta eravamo in piedi vicino alla signora con una grande distanza tra il naso e la bocca, alla sua pelliccia e a suo marito, e quando la navetta è arrivata al terminal degli arrivi loro son usciti subito, e sono andati in tutta fretta al controllo passaporti. Quando noi ci siam passati, loro erano già spariti.
Li abbiamo poi rivisti che erano lì, che aspettavano i bagagli. Noi, solo bagaglio a mano, niente bagagli da aspettare. La signora con una grande distanza tra il naso e la bocca ci aveva guardato andare via arricciando un po' il naso.
*
Io quando trovo qualcuno che fa lo snob, che mi dice che non usa Internet, io gli faccio presente che su Internet c'è un sacco di porno.
*
Stamattina stavo pensando a come finire di scrivere una cosa, una cosa che poi nei prossimi giorni avrei intenzione di mettere qui, e mi stavo chiedendo, mentre mi rotolavo nel letto facendo finta di cercare di dormire, ma in realtà stavo pensando a questa cosa, mi stavo chiedendo se avesse un senso metterci una vera e propria conclusione.
Mi è venuta in mente una frase di Tom Clancy, che è uno che scrive dei libri che sembran fatti apposta per diventare dei film, tanto che uno si chiede che senso abbia scrivere dei libri così, uno si chiede perché non scriva direttamente delle sceneggiature dei film invece di scrivere dei libri che sembrano dei film e dai quali si può trarre un film senza perdere niente di quel che c'era nel libro, ma questo è un altro discorso che vale per tanti libri, e verrebbe poi lungo, quindi è meglio che soprassediamo e continuiamo a pensare a quel che stavo pensando, cioè che mi è venuta in mente una frase di Tom Clancy che ho letto non so dove, che dice che la differenza tra la realtà e la fiction, è che la fiction deve avere un senso.
Io non so mica se son d'accordo. È che mi son accorto, nel tempo, che le cose che mi piaccion di più son quelle che alla fine un senso di per sé mica ce l'hanno, son quelle che poi alla fine il lettore sta lì a domandarsi che senso abbiano, e che poi gliel'attribuisce, un senso, ma non è un senso che sta all'interno del testo, ma è un senso che sta nella sua testa, e poi, se gli capita, al lettore, di confrontarsi con altri che han letto lo stesso testo, vien fuori che questi altri di senso gliene han attribuito tutto un altro, un senso individuale, che ognuno tira fuori da sé, ed è come se quel testo fossero tanti testi, ognuno per le teste che lo leggono e lo pensano, e quei testi lì, che si ramificano in tanti testi, tanti quanti sono i suoi lettori, secondo me son quelli più belli. Che poi io lo so, che ci sarà qualcuno che dirà che è troppo facile per l'autore non tirare i fili delle proprie trame, e lasciare che lo facciano i lettori, ci sarà qualcuno che dirà che è una scorciatoia, però secondo me non è affatto vero, perché è quello, secondo me, il bello della lettura: che ci si costruisce un mondo, diverso per ognuno, e più è diverso, più è propriamente tuo.
Poi alla fine però non ho mica ben capito come voglio finire quella cosa che sto scrivendo; alla fine, secondo me, adatto questa cosa qui, e secondo me va bene.